FORMIA – Il condizionale, in queste circostanze, è sempre un obbligo. L’ospedale “Dono Svizzero” dovrebbe andare in pensione nel 2025 con la concomitante inaugurazione del Policlinico del Golfo ma del nosocomio più importante dell’intero sud pontino e fors’anche di un’area comprendente anche il cassinate e l’alto casertano si è occupata la televisione svizzera che ha deciso di capire le ragioni del suo nome attraverso un meticoloso lavoro di ricerca effettuato da un apprezzato medico dello stesso ospedale. Ad Aldo Treglia, stimatissimo Cardiologo, il “Dono Svizzero” è rimasto nel cuore, anche quando ha deciso di abbandonarlo, nel 2016, per beneficiare della meritata pensione.
Treglia ora ha quasi completato un lavoro di ricerca che naturalmente va alle origini del Dono Svizzero con le distruzioni, umane e materiali, della seconda guerra mondiale sullo sfondo. Il governo confederato svizzero decise di finanziare la ricostruzione di un’opera distrutta dal conflitto bellico. Inizialmente commossero le immagini del bombardamento dell’abbazia benedettina di Montecassino ma il governo elvetico cambiò idea: è meglio un ospedale della zona. E venne scelta la zona di Formia. E così che – lo ricorda ora il sito web della tv svizzera – fu costituita nel 1947 una delegazione di cittadini elvetici – denominata “Organizzazione del Dono Svizzero per le vittime della guerra” – che aveva il compito di gestire la nascita del nosocomio formiano.
Ma perché Formia e non un’altra città ? E’ il dubbio a cui sinora non è riuscito a dare una risposta il dottor Treglia. Forse a recitare un ruolo determinante è stato il dottor Carlo Zuber, medico in servizio nel nascente ospedale formiano, figlio di Gustav che, funzionario dell’ambasciata elvetica in Italia, era laureato in medicina e come medico aveva iniziato questa attività professionale in Italia, a Catania. Non lo si saprà mai a decidere di realizzare a Formia il nuovo ospedale su impulso della Confederazione Elvetica sarebbe stato proprio Carlo Zuberg che capì di localizzare a Formia il nuovo ospedale perché la città era baricentrica tra Roma e Napoli e soprattutto tra le province di Latina, Caserta e Frosinone e le stesse isole pontine.
I lavori dell'”Ospedaletto baraccato” – e questa frase tanto caro ai formiani è stata rispolverata dalla tv Svizzera – iniziarono nel 1947 dopo il via libera di questa Organizzazione del Dono Svizzero per le vittime della guerra”. Inizialmente faceva affidamento su 16 strutture in legno che mise a disposizione lo stesso governo elvetico e, più precisamente, “il legno grezzo, occorrente per la costruzione delle baracche, e tutta la attrezzatura ospedaliera necessaria, composta di materiale lettereccio, biancheria, mobili, apparecchi sanitari e di servizio, materiale da gabinetto di analisi, apparecchio raggi X, prodotti farmaceutici, eccetera”. La donazione di quelle strutture pre fabbricate avvenne il 18 dicembre 1947.
Le loro chiavi vennero cedute al comune di Formia dal delegato dell'”rganizzazione del Dono Svizzero per le Vittime della guerra” Giovanni Venner quale “attestato di solidarietà per i gravi danni subiti dalla guerra e a sollievo della sofferenza di quella popolazione. Formia era uscita dalle guerra con pesantissime ferite, materiali ed umane e, non essendoci medici pronti, si chiese di provvedere ad un gruppo di medici ed infermieri di nazionalità svizzera. E tra di loro c’era proprio il dottor Zuber che, contrariamente a quanto deciso da altri connazionali, decise di rimanere a Formia come medico radiologo.
La gestione poi del nascente ospedale è stata analizzata nella sua ricerca dal dottor Treglia. Nel consiglio d’amministrazione, formato da sette componenti, sarebbe dovuto esserci spazio per un rappresentante del governo svizzero. Il posto in teoria era anche per Zuber che declinò l’invito: “Ho altro da fare” rispose pensando che forse era meglio il suo posto in quella precaria radiologia. L’attuale ospedale, prossimo ad andare in pensione con la realizzazione del Policlinico del Golfo, venne realizzato dal governo italiano nel 1962 ma la denominazione antica, “Dono Svizzero”, è rimasta in segno di rispetto per la quella indimenticata generosità rosso-crociata.