Pietro Mennea, il docufilm di Luca Di Bella: tra storia sportiva, vita e curiosità, da Barletta a Formia

FORMIA – C’è molto di Formia – e non poteva essere diversamente – in un bellissimo e raffinato docufilm (https://www.raiplay.it/programmi/machiseimennea) che, scritto e diretto dal collega di Rai Sport Luca Di Bella, commemora come non avrebbe potuto il decennale della prematura scomparsa di Pietro Mennea. Innanzitutto è suggestivo il titolo, “Ma chi sei, Mennea ?”, una domanda che in quell’Italia grigia ma ancora vera e genuina si poneva a chi, soprattutto nello sport, pensava di fare la differenza, di correre veloce come quell’esile e timido campione pugliese ma formiano d’adozione. Era il 21 marzo 2013 quando la Freccia del Sud, l’atleta più forte di tutti i tempi dello sport italiano se andava a soli 61 anni a causa di un tumore di cui nessuno sapeva nulla, neppure i suoi amici atleti di cui lo sprinter di Barletta. E la cittadina barese, unitamente a Formia, costituisce il filo rosso del documentario che, visibile sulla piattaforma di Rai Play, è stato realizzato da Rai Sport e Rai Teche cui si ripercorre la vita e la carriera sportiva dell’oro olimpico di Mosca.

Di Bella ha attinto tantissimo allo straordinario materiale video degli archivi Rai inserendo le testimonianze di chi ha vissuto da vicino il percorso sportivo e umano del campione azzurro. Uno di questi è un monumento del giornalismo sportivo italiano, Alfredo Pigna, che per conto della “Domenica Sportiva” chiedeva al promettente velocista pugliese come e con chi aveva iniziato: sfidando alla periferia della sua città auto di grossa cilindrata ed il suo insegnante di ginnastica alla Ragioneria, il professore Alberto Autorino, per avergli fatto sperimentare i 60 metri piani e aver compreso che quella sarebbe stata la sua strada.

Di Bella sulle note di “Barlett c’ sì bell quenn chiov” di Gino Pastore ha avuto la capacità di attualizzare e rendere quasi contemporanei i ricordi d’adolescenza del figlio del sarto di Barletta, con le prime corse nel cortile dell’istituto “Cassandro”, oggi scuola “Manzoni”, dagli albori della sua sfolgorante carriera sportiva, sino alle immagini rimaste impresse nella memoria collettiva.

Formia è stata determinante per la carriera sportiva di Mennea, naturalmente dall’incontro e dal rapporto, tutto amore ed odio, con il professore di Ascoli Picerno Carlo Vittori. Mennea era la vittima degli allenamenti “intercambiabili” di Vittori e quel sacrificio al limite della sopportazione umana (“Era Pietro a chiedere di allenarsi anche il giorno di Natale e di Capodanno, che a Formia piovesse o facesse freddo poco gli importava”), fecero del ragazzo gracile dal fisico di un Tersite, un atleta preparatissimo, un piccolo eroe esemplare, quasi invincibile. Il docufilm evidenzia come le carenze dell’impiantistica sportiva di Barletta siano state superate con il classico colpo di bacchetta magica dalla scuola di preparazione olimpica “Bruno Zauli” in cui Mennea aveva quasi un obbligo morale a superare se stesso. Naturalmente rinunciando a vivere una vita normale di un giovane di 20 anni di quel grigio inizio di anni settanta.

La carriera in grande stile di un Mennea ventenne iniziò ai Giochi Olimpici di Monaco nel 1972. Colse un inaspettato bronzo sui 200 nell’ultimo giorno normale di quell’Olimpiade tedesca. Nella notte successiva un gruppo di fedayyin palestinesi fece irruzione nella parte del villaggio olimpico occupato da atleti israelani. Ci fu una strage che turbò non poco l’atleta italiano che anni dopo scrisse un libro su quella pagina durissima nella storia del terrorismo palestinese. Mennea si è sempre interrogato su come potesse essere avvenuto e venne contattato dall’ambasciatore d’Israeliano. L’adorata moglie dell’ex primatista mondiale del mezzo giro di pista, Manuela Olivieri ha ricordato come un albero nel giardino dei giusti a Gerusalemme porti il nome di suo marito che, appena fidanzata, volle portare a cena a base di pesce. Dove? A Formia naturalmente, dove tutto è iniziato nel 1969 e tutto è definitivamente finito nel 1988 dopo la quinta partecipazione ai Giochi Olimpici a Seul con uno dei tanti record: essere stato l’unico atleta a partecipare a cinque finali di seguito sui 200 metri a cinque cerchi.

I durissimi allenamenti e la pista d’atletica dello stadio degli Aranci – e lo sottolinea nel suo docufilm Luca Di Bella – hanno portato Mennea sul tetto del mondo. Primo atleta bianco a scendere sotto i 20’’ nei 200 metri, stabilì il 12 settembre 1979 in altura alle Universiadi di Città del Messico il nuovo record mondiale dei 200 metri con lo strepitoso tempo di 19”72 (è stato migliorato soltanto alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 da Michael Jhonson) per poi vincere l’anno successivo l’oro ai Giochi senza americani di Mosca

Sul record di Città del Messico Mennea non pensava di aver stabilito il record del mondo che poi ha bissato, per essere davvero il più forte, al livello del mare nella sua Barletta: “Quando vidi sul maxi-schermo dello stadio il tempo di 19”72 ho immaginato ad un errore. Eravamo nel 1979 e pensavo che quel 19”72 fosse rimasto a quell’anno”.

Le Olimpiadi di Mosca dovevano rappresentare il riscatto dopo le mezza delusione di quattro anni prima a Montreal – Mennea ci rimase male quando il compianto Giampiero Galeazzi al termine del meeting di Viareggio del 1976 fece rilevare al velocista di aver vinto con lo stesso tempo con cui Don Quarrie aveva vinto alcuni giorni prima l’oro olimpico in Canada – e la spedizione senza inno allo stadio Lenin iniziò con mugugni e musi lunghi. La rivelazione del professor Vittori: “’Pietro non faceva che dirmi, Ma dove andiamo? Poi mi diranno che ho vinto perché non c’erano gli americani”. La sua ossessione fu sempre quella di ripetere a se stesso, ‘non mi sento preparato’”.

Come Mennea non c’è stato nessun’altro in azzurro: ha disputato 5 Olimpiadi, ha stabilito 2 primati mondiali, 8 titoli europei, 33 titoli nazionali. Quando ha tirato un attimo il fiato si è messo a studiare e si è preso quattro lauree. L’avvocato Mennea è stato anche un saggista quasi compulsivo: ha pubblicato 23 libri. Eletto europarlamentare ha continuato a sfidare tutto e tutti, partendo dalla difesa ad oltranza della giustizia e della verità. Si chiamava “50 lire per la verità” la campagna che fece nel 1996 a favore delle famiglie delle vittime di Ustica. Mennea è stato sempre un esempio di coerenza e onestà intellettuale, un avversario da abbattere anche per i poteri forti.

La “Freccia del sud” ha sempre dubitato di vedere un altro Mennea tedoforo in un’ipotetica Olimpiade italiana. “Ma se si sono lamentati anche quando feci il portabandiera a Seul nel 1988. Non siamo pronti culturalmente per i Giochi. Noi in Italia non diamo la possibilità di mettere in luce l’enorme potenziale che abbiamo. Questo è il grande problema di questo paese e non solo nello sport”.

Il docufilm della Rai ricostruisce la vita del campione tra aneddoti e curiosità attraverso le parole anche dell’ex compagno di staffetta Giuseppe Acquafredda, di Filippo Tortu – bronzo sui 200 metri agli europei dello scorso anno a Monaco dove Mennea aveva fatto altrettanto alle Olimpiadi del 1972 – e di Stefano Tilli, uno dei quattro staffettisti veloci medaglia d’argento ai primi mondiali ad Helsinki 1983. A battere l’Italia fu soltanto la squadra americana guidata dal nascente figlio del vento Carl Lewis ma Tilli ha raccontato un episodio che smentisce lo stereotipo di Mennea musone e arrabbiato con il mondo e con se stesso: “Ma quando mai!– ha raccontato lo sprinter romano, ora commentatore Rai per l’atletica leggera – Pietro portava sempre la maglia di lana, anche d’estate. Ci disse di rispondere se qualcuno ci avesse chiesto qualcosa su quelle maglie appese ad asciugare. “Dite: Sono di nostro nonno..” Risate.

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